Quando in una famiglia entra la disabilità o la malattia, nei primi tempi succede come quando c’è un incidente stradale: tutti si affollano, osservano, commentano. All’inizio arrivano visite, telefonate, attenzioni. Poi, più o meno lentamente, quasi tutti spariscono.
Quello che resta, troppo spesso, è il silenzio.
Nei miei tanti anni di esperienza a fianco dei caregiver, questa è la lamentela più frequente: la solitudine, la sensazione di vivere in un deserto relazionale.
Spesso chi si prende cura di un familiare fragile non porta solo il peso della cura, delle terapie, della burocrazia, dell’organizzazione quotidiana, porta anche quello della solitudine. È come se la fragilità della persona assistita diventasse una barriera invisibile che isola tutta la famiglia.
Un laboratorio per chiedere aiuto
Da tempo conduco il laboratorio per caregiver familiari “Come chiedere aiuto“, dove lavoriamo proprio sull’imparare a chiedere supporto in modo efficace e strategico. Non sempre è facile, la vergogna, il senso di dovere, la disillusione, la paura di disturbare frenano le richieste. Ma nessuno può reggere da solo un carico così grande.
D’altro canto c’è anche chi vorrebbe essere d’aiuto, ma non sa come offrirlo. Spesso chi vorrebbe avvicinarsi ha paura di essere invadente e indelicato, o pensa che servano gesti straordinari o di farsi carico personalmente dell’assistenza alla persona malata o disabile, senza averne la capacità. Così il bisogno e l’offerta non si incontrano, i caregiver non chiedono e chi vorrebbe aiutare non trova il modo.
Gesti che dicono “Non sei solo”
In realtà non servono gesti straordinari, competenze professionali o un grande investimento di tempo, spesso bastano piccoli gesti, compatibili con quella vita frenetica e piena di impegni che ci attenaglia praticamente tutti.
Ad esempio mezz’ora per un caffè insieme, una telefonata per dire “ti penso”, portare un sugo o un piatto pronto così il caregiver quel giorno non deve cucinare, sbrigare una piccola commissione che risparmia al caregiver l’onere di uscire e di organizzare l’assistenza durante la sua assenza, stare con la persona fragile (in condizioni di sicurezza) così il caregiver può andare dal parrucchiere, o al cinema, o a fare una passeggiata per prendere fiato. Insomma, non serve molto, un caffè, un piatto di pasta, un’ora di respiro.
Sono gesti semplici, ma hanno un valore enorme per chi vive la cura ogni giorno. Gesti che dicono “Non sei solo” e che – messi insieme – possono concretamente alleggerire la vita al caregiver.
Una comunità che sostiene
Sì, è vero, le istituzioni sono quasi sempre assenti, il welfare è sempre meno efficace, la sanità pubblica è ormai un colabrodo praticamente ovunque. Ma se la comunità — vicini, amici, parenti, associazioni — riuscisse a offrire una rete di sostegno fatta di tanti piccoli aiuti, anche la disabilità e la malattia sarebbero meno devastanti. E soprattutto non sarebbero più vissute nell’isolamento.
E tu, hai mai pensato a quale piccolo gesto potresti offrire a un caregiver che conosci?