Ivan ricorda il sillogismo studiato a scuola: “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale”.
Sì, è logico che Caio muoia, ma lui non è Caio, è Ivan. Un uomo specifico, con una storia, ricordi, sentimenti, relazioni. Che muoia Caio è normale, che muoia “Vania” è assurdo e inaccettabile.
Ma ormai niente può salvare Ivan Il’ič. Né i medici, né i farmaci, né le droghe riescono a lenire il suo dolore. Né a comprenderlo: la medicina non ha una diagnosi, i suoi familiari non riescono ad accompagnarlo in questo percorso.
E Ivan Il’ič sa che è un percorso verso la morte, anche se tutti attorno a lui cercano di mentire, di minimizzare.
La medicina come illusione di controllo
Nel mondo borghese di Ivan Il’ič tutto è razionale, ordinato, prevedibile.
Anche la malattia sembra inizialmente solo un problema da gestire: servono diagnosi, medici, terapie.
Ma la morte sta accampando i suoi diritti ed è inutile tentare di negare la fragilità umana.
I medici parlano un linguaggio tecnico, incapace di empatia, trattano Ivan come un “caso”, non come un uomo, e il loro linguaggio diventa un’altra forma di menzogna sociale.
Man mano che la malattia avanza, Ivan si ritrova solo.
I familiari non sanno come relazionarsi con lui e a malapena lo tollerano, gli amici fingono, i colleghi si preoccupano della propria carriera. Quel mondo che un tempo gli garantiva sicurezza e appartenenza, ora lo abbandona.
Tolstoj descrive con spietata precisione la solitudine del malato in una società che teme la morte e che rifiuta il contatto con chi la sta vivendo.
Ivan è solo, è angosciato, ha paura.
Gherassim: la compassione che cura
In questo deserto di solitudine e terrore appare Gherassim, un semplice, giovane servo.
È lui l’unico a non fuggire di fronte alla sofferenza.
Gherassim non promette guarigione, non finge ottimismo, accetta la realtà della morte, con una serenità e una naturalezza che consolano Ivan.
Lo solleva, lo lava, gli sorregge le gambe con delicatezza e rispetto, gli fa compagnia.
La sua compassione non è né dovere né pietà, è presenza vera, che non cerca di risolvere ma di condividere, di stare.
Sa che è un destino che ci accomuna tutti:
“Una volta anzi lo disse apertamente ad Ivan Il′ič che voleva mandarlo a dormire: — Tutti dobbiamo morire, Perchè dovrei scansare questa fatica? — e con questo intendeva dire che la fatica non gli pesava proprio perchè lo considerava come un moribondo e sperava che, a suo tempo, qualcuno avrebbe fatto lo stesso per lui.”
In lui si esprime quell’umanità semplice e saggia che Ivan invece ha sacrificato, per rincorrere la vanità, le apparenze e le convenzioni sociali. Tutte cose che ora, davanti alla morte, non servono a nulla.
Sa morire chi sa vivere
In un ultimo contatto umano Ivan sperimenta un moto di compassione. E quando infine smette di lamentarsi per sé e prova pietà per i familiari che lascia e per il loro dolore, la compassione diventa la sua guarigione, non fisica ma spirituale.
Il terrore della morte che lo aveva attanagliato improvvisamente si dissolve. E può accettare la morte perché ha finalmente imparato a vivere:
Cercava il suo antico, solito terrore della morte e non lo trovava. Dov’è la morte? e che cosa è la morte? Non esisteva più terrore perchè non esisteva più morte. Invece della morte c’era la luce.
Un piccolo libro immenso
Tolstoj, scrivendo della morte, in realtà scrive della vita, del valore e del potere della cura. Quella cura che non si compra, non si prescrive ma si dona, fra esseri umani che condividono lo stesso destino di fragilità.
Ed è la compassione l’unico vero antidoto alla paura della fine, non la medicina ma la presenza, le mani che curano, lo sguardo che non fugge. La compassione che si riceve e che si offre, che si condivide, come compagni di un viaggio verso la medesima destinazione.
Perché chi sa uscire da se stesso per farsi prossimo agli altri, conosce il “segreto” per vivere una buona vita, e una una buona morte.
Ed è vero che siamo fragili e mortali come un “Caio” qualsiasi, eppure nel contempo abbiamo un nome, siamo proprio noi, unici, irripetibili e vivi.
Un racconto intenso, semplicemente perfetto, una lettura coinvolgente e illuminante, che consiglio di cuore a tutti, per un’immersione nella profondità dell’umano e nella meraviglia della grande letteratura.
La cura come dono a sé stessi
Sì, addirittura un “salvavita” (e “salvamorte”)