In questo periodo si parla molto di “odio”, da una parte si inflaziona il concetto, definendo “hater” chiunque faccia una critica, o satira, o un commento sgarbato, riducendo l’odio a una litigata di condominio.
Dall’altra non si riconosce quanto sia potente questo sentimento, capace di unire profondamente le persone e i popoli nel segno della distruzione.
È il sentimento dell’ombra, che ferisce non solo chi lo riceve ma anche chi lo nutre. È insidioso, perché si insinua anche nelle migliori intenzioni, quelle di cui – come dice il proverbio – è lastricata la strada dell’inferno.
L’ autoinganno dei “buoni”
Gran parte del dibattito pubblico degli ultimi anni, e purtroppo anche delle nostre relazioni, si è sviluppato in una polarizzazione esasperata. Il livello è quello di una partita di calcio, dove non si tifa per la propria squadra, ma contro l’altra.
Prima fra no-vax e pro-vax, poi su Russia e Ucraina, ora su Israele e Palestina e su innumerevoli questioni in cui si sviluppa la stessa dinamica.
Si inizia difendendo la salute pubblica e si finisce chiudendo i rapporti con amici e parenti per le loro personali scelte vaccinali.
Si inizia schierandosi a fianco dell’aggredito e si finisce ad escludere persone, sportivi, artisti, intellettuali solo perché sul passaporto hanno la nazionalità dell’aggressore.
Si inizia difendendo una popolazione martoriata e si finisce con il voler cancellare uno stato e i suoi abitanti dalla carta geografica.
Si inizia combattendo idee reazionarie, e si finisce col compiacersi di un uomo ammazzato per quelle idee, perché in fondo se l’è cercata.
Si inizia gridando il giusto sdegno, e si finisce a tacere davanti a questi comportamenti, con un silenzio di tolleranza se non di complice approvazione.
Ci diciamo che il nostro odio è una sana reazione alla malvagità dell’avversario, è difesa dei più deboli, è solidarietà con le vittime.
Insomma, non è proprio odio quando si indossa la casacca dei “buoni”, è giustizia!
Sono “loro” che odiano e che stanno dalla parte sbagliata.
E nel frattempo scivoliamo, per lo più inconsapevolmente, in un paradosso: quello di esprimere lo stesso sentimento distruttivo che crediamo di combattere nell’altro.
Il diritto delle vittime
Chi ha subito violenze e soprusi, chi si è visto negare diritti fondamentali, chi è sopravvissuto a un trauma, è il solo che ha il “diritto” di odiare.
L’odio delle vittime e degli oppressi è un sentimento tragico, che va rispettato e accolto senza giudizio.
Il perdono e la misericordia sono liberatori, ma sono percorsi personali, intimi e ingiudicabili.
Ma chi ha il privilegio della distanza fisica ed emotiva da questi drammi, non ha questa giustificazione.
Il privilegio di non essere vittime dirette comporta una responsabilità, quella di saper stare nella complessità di una situazione, evitando di parteggiare come tifosi, per non aggiungere altro odio sugli orrori che l’odio provoca, dilagando come un incendio.
Una maschera degradante
Odiare dal divano di casa, da una manifestazione, da uno schermo, non aggiunge nulla alla causa che vogliamo sostenere, ma impoverisce e abbrutisce noi stessi, inquina il dibattito, rende irrespirabile l’atmosfera.
Alcuni tifosi parteggiano sguaiatamente, con frasi apertamente crudeli, razziste o discriminatorie (“Hitler doveva finire il lavoro”).
Altri sono più raffinati, dicono “Io non li odio, però…”, e sotto quel “però” accumulano un veleno di allusioni, etichette, generalizzazioni, pregiudizi, sentenze (“Io non li odio, però non è un caso se nella storia li hanno sempre perseguitati “).
Che si tratti di pandemia o di conflitti internazionali, entrambi pensano di mostrare il volto del “giusto”, in realtà indossano una delle tante maschere dell’odio, nessuna delle quali è innocua; mentre chi osserva e tace contribuisce a normalizzarla.
La prima vittima
In questa tifoseria generalizzata, la prima vera vittima è la pace, la possibilità di costruire dialogo, mediazione, soluzioni per la vita delle persone e dei popoli, per tutti, sia per le vittime che per il presunto nemico.
Perché anche dietro al “nemico”, alla politica, ai governi, al sistema (che ne escono sempre incolumi), ci sono i popoli, le persone, vite concrete, sofferenze collettive e personali.
Sostenere le vittime è umano e doveroso, ma restiamo vigili, per non contribuire a crearne di nuove tra le fila del “nemico”, pensando che sia solo l’accettabile effetto collaterale di una giusta causa.
E questo è un monito che rivolgo prima di tutto a me stessa, e alla mia passionalità.
Metterei tripla sottolineatura al concetto che esprimi : “responsabilità del privilegio di poter stare nella complessità di una situazione (complessità della vita leggo)”- Meriterebbe un articolo a sé stante. Mi sembra la chiave o meglio, il grimaldello che scardina logori schemi mentali disfunzionali alla stessa sopravvivenza della specie umana.
Grazie per i sempre intelligenti input che dai 🙂
Grazie Lorena, in effetti è davvero un privilegio, e spesso lo sprechiamo. Un abbraccio