Bisogna ammetterlo: ormai i testi generati dall’intelligenza artificiale sono ben fatti e spesso decisamente migliori di quelli che la maggior parte delle persone sarebbe in grado di scrivere.

Basta scorrere i social e i blog per accorgersi che molti professionisti – psicologi, sacerdoti, formatori, giornalisti, opinionisti – stanno utilizzando l’intelligenza artificiale per scrivere e comunicare, cedendo al richiamo di un vantaggio immediato.

Autori che guardano solo il proprio ombelico, senza sollevare lo sguardo sugli effetti sistemici di questa pratica. Perché dietro al vantaggio di un testo prodotto in pochi minuti e senza sforzo, si nasconde una conseguenza che ci riguarda tutti.

Il costo nascosto

Il vantaggio a breve termine ha un costo altissimo: la perdita della propria voce, della propria identità riconoscibile, del proprio posizionamento.

Perché quando questo strumento viene adottato in massa, si crea un effetto boomerang: questi professionisti sono convinti di comunicare meglio e invece finiscono per assomigliarsi tutti, diventando indistinguibili fra loro.  E infine si perdono in un oceano di contenuti che, seppur formalmente corretti, sono privi di un’impronta personale e riconoscibile.

Il blob comunicativo

Quando tutti usano lo stesso strumento, il risultato è inevitabile: un “blob comunicativo”. Ci troviamo così invasi da orde di testi simili e sovrapponibili, per struttura, sintassi, lessico ricorrente, ritmo, punteggiatura, figure retoriche, atmosfera.

E alla fine emerge una sola voce, quella dell’intelligenza artificiale, che assorbe, uniforma e spegne le voci individuali.

L’ effetto è un po’ quello di certa chirurgia plastica, che finisce per sfigurare i tratti personali dei volti, rendendoli tutti uguali.

Ecco, l’intelligenza artificiale è la chirurgia plastica della scrittura e della comunicazione (e fra poco anche delle relazioni, ma qui il discorso si amplia, sorvoliamo, per ora).

Elogio dell’imperfezione

Io che amo la parola, mai avrei pensato di dirlo, eppure lo dico: a questo punto preferisco un testo stentato ma autentico, piuttosto che questa uniformità soffocante e senza personalità.

Ma poi, chiediamoci: c’è  davvero bisogno di continuare a buttare fuori tutte queste parole? Non sarebbe preferibile pubblicare un articolo in meno, lavorarci un po’ di più, migliorare la nostra scrittura leggendo i grandi maestri della letteratura, piuttosto che continuare a pubblicare ad oltranza questa poltiglia di parole tutte uguali?

L’ omologazione prodotta dall’intelligenza artificiale è brutta e desolante, ma non si tratta solo di un rischio estetico e stilistico ma identitario.

Ecco perché oggi l’appello “restiamo umani” si arricchisce di nuovi significati, più sottili e inquietanti: restiamo umani, proteggiamo la parola, proteggiamo la nostra voce.

La parola è identità, è relazione, è un atto di responsabilità e non è delegabile a un algoritmo.