La misericordia e la compassione sono tratti che attraversano tutte le grandi tradizioni spirituali del mondo.

Nell’Islam i primi due dei 99 nomi di Dio sono Ar-Rahman e Ar-Rahim: il Misericordioso, il Clemente. Misericordioso è Dio nell’ Ebraismo, nel Cristianesimo si rivela come Padre che perdona e accoglie, nel Buddhismo la compassione è la risposta all’universalità della sofferenza.

È come se, in tempi e culture diverse, l’umanità avesse avuto un’ intuizione comune: nel cuore di Dio non c’è condanna, ma misericordia. E non serve essere credenti per riconoscere che la misericordia e la compassione sono concetti  universali e fondamentali, che hanno ispirato il cammino di persone in ogni epoca e in ogni luogo.

Il tribunale dei social

Che i social siano ormai un ambiente inquinato da maleducazione e aggressività è cosa nota.

Ma continua a stupirmi la velocità con cui, davanti a un fatto di cronaca, intellettuali e utenti comuni si precipitano a esprimere giudizi feroci e implacabili, persino su chi è appena morto.

In questi giorni ho letto commenti durissimi sull’omicidio di Charlie Kirk. Non mi interessa qui discutere le sue idee, né difenderle né condannarle, né mi interessa partecipare alla strumentalizzazione della politica, che di lui ne ha fatto o un martire o uno mostro; non è questo il punto, perché non sto parlando né di lui né di politica, ma di noi, delle nostre reazioni.

Quello che mi ha colpito è la ferocia con cui, anche da morto, è stato giudicato e attaccato da persone che, fino al giorno prima, ignoravano persino la sua esistenza. Non ci si prende il tempo per informarsi, per distinguere fatti da fake news, il tribunale dei social emette subito la sentenza: “Se l’è cercata”, “Non mi dispiace”, “Ha fatto la fine che meritava”, “Non tutte le vite hanno lo stesso valore”.

Parole dure, sprezzanti, pronunciate con leggerezza, che riducono il dramma dell’omicidio di una persona a uno slogan.

Le tre porte

In questo articolo scrivevo di un bellissimo proverbio arabo che invita a fare passare un’affermazione sotto “tre porte”, prima di pronunciarla: “Questa affermazione è vera? È necessaria? È gentile?”.

Molti dei giudizi che ho letto non passerebbero probabilmente nemmeno la prima “porta”, eppure vengono pronunciati e condivisi con disinvoltura.

Non ci si rende conto che, qualunque siano state le presunte colpe di quest’uomo, le ha già pagate con il prezzo più alto, quello della morte. Infierire ulteriormente è semplicemente disumano.

Tanto più se a farlo non è chi è stato personalmente coinvolto, ma chi ha il privilegio della distanza, emotiva e fisica. Una distanza che potrebbe invitare a lucidità e riflessione, e che invece diventa occasione per colpire impunemente.

Quando il giudizio fa male a noi stessi

Questa cultura della condanna sguaiata e frettolosa non ferisce solo chi la subisce. Ferisce anche chi la esercita.
Ogni volta che condanniamo senza pietà, ci abituiamo a uno sguardo che ci inaridisce e ci indurisce.

Quando invece scegliamo – soprattutto davanti a drammi come una morte prematura e violenta – la misericordia, la compassione, il rispetto, o anche solo il silenzio,  facciamo un dono anche a noi stessi, un dono che ci libera dal veleno della durezza.

Le grandi tradizioni spirituali ci ricordano tutte, e non a caso, che lo sguardo di Dio è misericordioso e clemente.
Forse dovremmo, oggi più che mai, tentare di riconnetterci con il nucleo di saggezza universale di queste tradizioni, per provare a coltivare uno sguardo simile: non ingenuo, non neutro, non indifferente, e neppure “divino”, ma semplicemente, veramente umano.