Siamo bombardati da slogan motivazionali: “Se il tuo lavoro non ti dà soddisfazione, cambialo”, “Fai un lavoro che ami e non lavorerai un giorno nella vita ”, “Non accontentarti”. Parole che suonano potenti e liberatorie, che ci fanno sognare una vita diversa, ma che spesso restano lontane dalla nostra realtà.
Perché cambiare lavoro non è sempre facile o possibile. Ci sono responsabilità familiari, mutui, figli che crescono, contesti economici incerti. E no, non è solo la paura o la codardia che trattiene le persone dal “grande salto”.
Spesso è anche l’amore.
Non come Fantozzi
Quante volte chi resta in un impiego difficile, magari come dipendente, viene giudicato come rassegnato, debole, incapace di rischiare? Quante volte noi stessi per primi ci siamo giudicati in questo modo, come dei poveri “Fantozzi”, magari confrontandoci con gli altri, quelli che ci sembrano più coraggiosi e determinati di noi?
Ma dietro alla scelta di restare in un contesto professionale non soddisfacente, ci può essere qualcosa di molto nobile e profondo, ad esempio il desiderio di proteggere una famiglia, di garantire stabilità e tranquillità a chi amiamo, di dare un futuro ai propri figli.
Non per tutti la motivazione è la stessa, non sempre c’è una famiglia da sostenere. C’è chi lavora per garantire cure ai propri animali domestici, chi per alimentare una passione, chi per poter viaggiare, chi per godersi la vita con gli amici, chi semplicemente per sopravvivere. Ogni scelta professionale, anche quando appare dall’esterno come un fallimento, porta con sé una rete di legami, bisogni e valori. E riconoscerli significa dare dignità a quel percorso.
Non sempre le nostre scelte si spiegano con la logica della carriera e dell’ambizione, a volte sono ispirate da una scelta di passione, cura e dedizione, fatta di responsabilità e legami. Questa consapevolezza può diventare una risorsa. Sapere per chi e perché sopportiamo certi pesi ci restituisce una dignità che nessun titolo professionale può misurare.
Lo sguardo sistemico sul lavoro e il cambiamento
Non sto invitando alla sopportazione infinita, non sto dicendo che sia giusto tradire se stessi restando per sempre in un contesto lavorativo che mortifica e toglie energia.
Sto invitando a guardare al lavoro con uno sguardo sistemico, perché il lavoro è parte della vita, ma non è la vita intera.
Quando ci sentiamo svuotati, possiamo farci nutrire dalle relazioni o dalle passioni che vogliamo proteggere proprio grazie alle risorse economiche che ci dà quel lavoro, e che ci servono. Essere consapevoli che sopportiamo non per debolezza ma per amore, per passione, per degli obiettivi personali, ci può ridare motivazione anche nei contesti più demotivanti.
Questo non significa rinunciare al cambiamento, anzi, ritengo che sia un dovere verso se stessi, e spesso anche verso chi amiamo, aspirare a un miglioramento professionale se siamo profondamente insoddisfatti.
Ma il cambiamento va coltivato, in modo strategico, con passi consapevoli e non di pura reazione, non limitando la prospettiva alla sfera della soddisfazione individuale, ma ampliandola al contesto sistemico.
Chi viene etichettato o si percepisce come “fallito” sul lavoro, può essere invece dal punto di vista affettivo e relazionale, una persona immensamente ricca. Una ricchezza fatta di responsabilità, di passioni, di legami curati con dedizione.
Forse la vera domanda non dovrebbe essere solo “Che lavoro fai?”, ma anche “Quali relazioni proteggi?”.
Perché lì, spesso, si nasconde la misura più autentica della nostra ricchezza e del nostro successo.