L’intelligenza artificiale è una rivoluzione epocale, una tecnologia stupefacente che evolve a una velocità impressionante. Ci siamo dentro, è un processo ormai irreversibile, per cui non si tratta di chiedersi se sia un fatto positivo o negativo, le domande da porsi sono ormai su un altro piano.

Le implicazioni di questa tecnologia sono – e lo saranno sempre più già nell’immediato futuro – così vaste, profonde e impattanti sulla nostra vita che sorprende che non sia stata ancora avviata una seria riflessione a riguardo. Ma del resto questo tecnologia evolve così velocemente che le parole e i pensieri della politica, dell’economia, della sociologia, della filosofia, della società civile, nascono già vecchi e superati.

Per dare solo un ‘assaggio’ dell’importanza della questione, delle opportunità e dei rischi, segnalo questo articolo, sulle dichiarazioni del CEO di Google Deep Mind al Mobile World Congress di Barcellona (“Ma tra tra pochi anni, tre o quattro, quando queste IA diventeranno più potenti e saranno in grado di pianificare e compiere azioni nel mondo reale, l’intera società dovrà preoccuparsi seriamente”.)

Qui vorrei però proporre un’altro tipo di riflessione, da una prospettiva ‘umanista’ e personale.

Il Logos Occidentale e la mia Bambina Fiore

Tutta la cultura occidentale è intrisa del concetto di ‘Logos’ della filosofia dell’antica Grecia; il Logos – inteso come ragione, pensiero e parola – è considerato la facoltà specifica e caratteristica degli esseri umani, che ci differenzierebbe dagli altri esseri viventi non dotati di ragione.

Io stessa, che mi sono formata con gli studi filosofici tradizionali, ho sempre dato per acquisita questa concezione dell’uomo come essere razionale e anche per questo, quando ho avuto una figlia con grave disabilità, fisica ma soprattutto intellettiva, sono entrata in una crisi profonda. Il fatto che non fosse intelligente, razionale, che non fosse in grado di comunicare, inizialmente mi ha fatto quasi dubitare della sua piena umanità.

Gli innumerevoli studi in cui ho cercato ostinatamente una soluzione a questo mio straziante dubbio, in realtà non mi hanno aiutata, perché nella nostra cultura l’essere umano è sempre inteso come essere razionale e il disabile intellettivo come una sorta di subumano, proprio perché privo di ‘ragione’, a cui riservare al massimo pietà, commiserazione e assistenza.

Un linguaggio esclusivamente umano

Ma se la nostra specificità, se il nostro orgoglio di esseri umani è nel Logos, nella ragione, nella comunicazione, su questo terreno l’intelligenza artificiale ci supera in modo per noi inarrivabile, per vastità di conoscenza, per velocità, per capacità di ragionare, di comunicare e – probabilmente presto – anche di relazionarsi.

Su questo terreno l’IA semplicemente ci polverizza, non c’è partita.

E se invece la specificità umana fosse in ciò che viene considerata fragilità? Se questa fragilità fosse invece preziosità? E se l’umano fosse anche – o persino soprattutto – in quei corpi che fremono per le carezze e rispondono sapientemente alla qualità del contatto, in quei sorrisi per una parola dolce, in quegli sguardi estatici, in quella comunicazione inesprimibile ma profonda a fior di pelle, cuore a cuore?

E se fosse in quel dialogo misterioso, fatto di percezioni, sensazioni, emozioni, comunione e cura gratuita, che siamo costretti a sviluppare per raggiungere chi non risponde al linguaggio del Logos?

Ho dovuto imparare questo linguaggio e ne ho scoperto la ricchezza, la vastità, la profondità, mi ha introdotto in una dimensione speciale a cui diversamente non avrei avuto accesso.

Una dimensione che sinora era onere e onore di pochi, di coloro in contatto con il subumano.

Ma ora, forse, con la pervasività dell’ artificiale-super umano, saranno proprio queste competenze a definire e proteggere l’umano più puro, intenso e profondo.

Una specificità umana che, anche se ce ne siamo per lo più dimenticati, in realtà appartiene a tutti.

Carezze, sguardi, sorrisi, respiri, pelle, voce, profumi, comunione, cura, intimità, appartenenza, gratuità, un dialogo di corpo e spirito, che ha un codice proprio, diverso dal Logos, ma non meno significativo ed espressivo.

Un linguaggio di cui i “più piccoli” possono essere maestri, per tutti coloro che vorranno riscoprire questa Lingua madre del genere umano, che nessuna intelligenza artificiale potrà mai veramente simulare.