Umanista è un termine che mi è sempre stato caro, probabilmente perché io stessa mi definirei così, ma particolarmente negli ultimi anni ha assunto per me un significato speciale.
Con Umanista non intendo chi si dedica agli studi classici e alle scienze umane – che comunque considero discipline bellissime ed essenziali per lo sviluppo di quel senso critico di cui avremmo così tanto bisogno – ma soprattutto chi pone al centro del proprio pensiero e della propria azione l’essere umano, il suo valore e la sua dignità.
Negli ultimi anni l’ umano sta subendo un violento attacco, un accerchiamento da parte del digitale e dell’artificiale; il disumano ci assedia e ci sgomenta, come dimostrano le atrocità delle guerre in corso e lo smarrimento generale di questo periodo, causato da una sequenza che pare interminabile, di crisi ed emergenze di vario genere.
Per professione e per passione ascolto tante persone, leggo, osservo le interazioni sui social, e noto un sentimento generalizzato di impotenza e di sfiducia, che in molti casi degenera anche in paura, ansia e disturbi psico-fisici.
In questa fase così delicata e per molti versi inedita, penso che gli Umanisti, possano – persino debbano – contribuire a difendere, proteggere e coltivare l’umanità.
Si tratta di una sorta di comune ‘resistenza’, che possiamo esprimere anche nella nostra quotidianità, semplicemente e senza necessità di gesti eclatanti, ma tenacemente e orgogliosamente, un gesto/una parola alla volta.
Meritiamo l’estinzione o protezione?
Circola spesso sui social la frase “Meritiamo l’estinzione”, con la quale si commentano fatti deprecabili commessi dagli esseri umani.
La violenza, l’ingiustizia, la crudeltà che l’uomo sa esprimere, ci indignano e ci portano ad augurare l’estinzione all’intero genere. In realtà questa frase così forte è più una provocazione e un’esternazione di rabbia che non un reale auspicio, ma è comunque sintomatica di un sentimento di ‘fine’ che in molti stanno provando, forse fine delle speranze, fine della fiducia e del senso di appartenenza.
Un sentimento che a volte provo anche io, ma poi mi basta guardarmi semplicemente attorno, per vedere la moltitudine silenziosa, mite e commuovente delle persone per bene che mandano avanti il mondo. E allora penso che, no!, noi umani non meritiamo l’estinzione, meritiamo protezione.
I Giusti, la spina dorsale del mondo.
Jorge Luis Borges, nella sua bellissima poesia, li ha definiti “I Giusti”.
Li conosco e nel quotidiano li riconosco, ad esempio, nei tanti genitori caregiver come me, che si prendono cura da anni, ogni giorno, tutto il giorno, di figli o familiari disabili e malati, spesso solo in cambio di un sorriso o poco più. Sono i custodi della Fragilità, intesa non come vulnerabilità ma come preziosità. Sono la moltitudine dei lavoratori che ogni giorno svolgono le proprie mansioni, spesso anche mal pagati e poco riconosciuti, per dare una casa, una vita dignitosa e un futuro alla propria famiglia. Sono gli amici che alzano il telefono per chiedere “Come stai?”, sono gli anziani che curano i nipoti, che danno da mangiare ai gatti, sono i tanti che sanno coltivare e far crescere ‘qualcosa’, le relazioni, un progetto, un’impresa, un orto, un figlio. Sono i tanti che onorano la vita nell’ordinarietà.
Potrei continuare a lungo, perché ovunque io guardi vedo tantissimi ‘Giusti’, persone semplici e anonime, che sono la spina dorsale del mondo.
La domanda fondamentale, per iniziare
E quindi cosa fare – si domandano in molti – se ci sentiamo così impotenti e travolti da eventi che corrono velocissimi e ci circondano minacciosi su tutti i fronti? Pandemia, venti di guerra, massacri, crisi economica, crisi occupazionale, climatica, crisi delle relazioni: dovremmo rassegnarci? Ritirarci? O forse unirci? Organizzarci? Lottare? Non ho una risposta ovviamente, non ce l’ho per me stessa, tantomeno posso averla per altre persone, ho solo un’intuizione.
Penso che il grande male dei nostri tempi sia l’isolamento e che l’unione – per dirla sinteticamente con un proverbio – farebbe ‘la forza’, ma penso anche che le forme tradizionali di rappresentanza e di aggregazione (politiche, sindacali, associative, ecc.) siano profondamente in crisi e non adeguate alle particolarità inedite di questi tempi; le stesse manifestazioni spontanee, che stanno portando in piazza migliaia di persone nel mondo, restano sostanzialmente inascoltate.
Allora penso che forse sarebbe utile partire proprio dalle fondamenta, ponendoci onestamente e sinceramente la domanda basilare: “Sono Umanista? Credo nella dignità e nel valore dell’ essere umano? Credo nella bellezza delle specificità umana rispetto all’artificiale e al disumano? E se lo credo, lo credo solo razionalmente e ideologicamente o per un sentimento interiore di intima convinzione? Se mi guardo intorno, con interesse, amorevolezza e compassione, li vedo anche io tutti questi Giusti o li ritengo solo una fantasia poetica? E io, pur nel mio piccolo, nelle mie fragilità, nei miei errori, mi ritengo comunque un Giusto, o almeno ci provo ad esserlo, nella mia quotidianità, concretamente e non idealmente?”
Si tratta di riconoscerci, prima di tutto. Si tratta di fare una scelta di campo, con noi stessi e con gli altri.
Riconoscerci, contarci, confrontarci, può aiutarci a capire cosa fare, fosse anche ‘solamente’ volersi bene e darsi reciprocamente una mano in questi tempi difficili, fosse anche ‘solo’ ritagliarsi luoghi e tempi di condivisione, di relazione e di pensiero. Farsi questa domanda è un modo per misurare l’intensità e la profondità di un’identità e di un’appartenenza, che può diventare anche una forma di progettualità e di ‘resistenza’.
Non è poco, credo, almeno per iniziare.
E tu, sei Umanista?