‘Verità e pregiudizi’ (di Cecchin, Lane, Ray, 1997 Raffaello Cortina editore)

E’ stato il primo libro che ho studiato al Master in Counseling ad indirizzo sistemico.
Pensai che, essendo il primo, doveva necessariamente essere un testo fondante per il mio percorso di studio.

E così è stato, perché Verità e pregiudizi è stato l’incontro con un orientamento teorico, con un Metodo, quello dell’epistemologia sistemica, ma soprattutto è stato l’incontro con una visione delle persone, delle relazioni, dei sistemi umani e sociali.

Mi ero laureata nel ’94 in Filosofia con una tesi sul Neoilluminismo italiano degli anni ’50, un movimento filosofico post- ideologico e post- idealista (l’idealismo di Gentile e Croce); non potevo quindi che respirare subito aria di casa, leggendo del movimento post- ideologico di Cecchin e della sistemica come teoria e punto di osservazione rigorosamente laico. Laico e umano.

In questo libro si parla di un’epistemologia strutturata da persone per le persone.

La persona del terapeuta che necessariamente e umanamente è portatore di pregiudizi, e ne deve essere costantemente consapevole; la persona del cliente, a sua volta portatore di pregiudizi personali.
Ed è solo dalla tensione dialettica (in senso hegeliano) fra questi pregiudizi che – umanamente e laicamente- può nascere la possibilità di un’evoluzione e di essere utili al cliente.
I “pregiudizi sistemici”, cioè le idee forti, le idee guida di un sistemico (terapeuta, filosofo, counselor, sociologo, ecc), infine sono diventati per me uno “sguardo a priori”, una bussola con cui mi oriento sia nell’attività di counselor che nelle relazioni.

Li elenco e li commento, con una sintesi che non rende giustizia alla ricchezza e al fascino del pensiero di Cecchin:

1) Una persona vale perché esiste (“Nel momento in cui difendiamo tale pregiudizio alcuni lettori arriveranno a pensare che siamo pazzi o santi, mentre non siamo né l’uno né l’altro. Difendiamo questo pregiudizio perché ci rifiutiamo di smettere di parlare con le persone, anche con quelle che sono nella condizione apparentemente peggiore e senza speranza”. Pag 33).

2) E’ impossibile controllare gli altri: i tentativi di controllo sulle persone possono avere qualche risultato solo a costi altissimi e alla lunga si rivelano sempre fallimentari.

3) E’ inevitabile illudersi di influenzare gli altri: in effetti ci influenziamo sempre reciprocamente, ma non possiamo prevedere né controllare il risultato di questa reciproca influenza.

4) L’obiettivo è essere utili, non essere d’aiuto: per stimolare le risorse presenti in ogni persona e in ogni sistema umano, bisogna lasciare al cliente la responsabilità del suo cambiamento e delle sue azioni, rispettandolo come soggetto responsabile; l’“aiuto” è ambiguo, può anche diventare il lato luminoso del controllo.

5) La tipologia è un mito: usare etichette e classificazioni ha un senso meramente utilitaristico e convenzionale, le usiamo perché non è ancora stato inventato un linguaggio post ideologico. Il terapeuta sistemico resta consapevole che non etichettano e non descrivono VERAMENTE la natura di una persona o di un processo.

6) Il mito dei successi terapeutici: non esistono dati irrefutabili sui successi terapeutici, e sui metodi codificati per ottenerli “scientificamente”.

7) Certezze temporanee invece che verità permanenti (“Ogni pregiudizio è temporaneo perché interagisce costantemente con i pregiudizi degli altri”. Pag. 46).

8) Prima di cambiare il mondo, cerca di capire perché è quello che è: riflettere sui possibili sviluppi di ciò che attualmente funziona, piuttosto che aspettarsi che le persone si comportino e cambino come DOVREBBERO, in base a ideali preconcetti.

Ricordo che alla fine del libro mi rimase una specie di stupore e di incanto, la sensazione – poi confermata – di essere entrata in un mondo teorico ed “esistenziale” che avrei potuto utilizzare sia come strumento professionale che come risorsa personale.

E dal quel momento sono diventata una ‘Sistemica’.