In questi ultimi anni alcune persone sono uscite dalla mia vita.
Non per litigi o problemi nella relazione, ma per opinioni diverse su un vaccino, un confine o una guerra internazionale.
Conoscenti con cui avevo rapporti cordiali, che li hanno interrotti, e mi è dispiaciuto.
Due amici con cui avevo un rapporto profondo, e ci ho sofferto.
Ad altri è andata peggio, hanno perso persino parenti e familiari.
Se non la pensi come me
Durante la pandemia bastava un dubbio, una domanda, una posizione “non allineata”.
Poi sono arrivate nuove emergenze e il copione si è ripetuto.
Chi cerca di capire, di non cedere al tifo, di provare a orientarsi nella complessità, è accusato di ambiguità, di ignoranza, di complicità col “nemico”.
Discussioni irrigidite dall’intransigenza, sferzate da battute sprezzanti, molte condotte sui social, nemmeno di persona.
L’implicito è “Se non la pensi come me, allora non possiamo più avere una relazione”, finché l’implicito diventa esplicito e si finisce per perdersi.
E chiedo: ne vale la pena?
Davvero una causa ideale può valere più di un rapporto personale?
Può un principio, pur nobile, giustificare la perdita di una relazione costruita nel tempo?
Possono un green pass, un’opinione su Putin, sull’Europa o Hamas o Israele valere più di un amico o anche solo un conoscente?
Ricordate le nostre nonne ai pranzi di Natale, quando tutti i parenti si ritrovavano attorno al tavolo? Quando gli animi si scaldavano, dicevano: “Di politica non si parla”.
Non per ignoranza, ma per saggezza affettiva. Perché capivano che le relazioni e l’armonia familiare valgono più di una bandiera.
Negli ultimi anni sembriamo aver perso quella saggezza, quel senso delle priorità, forse a causa della paura che abbiamo provato durante la pandemia, forse per queste continue emergenze che fanno saltare i nervi, forse anche a causa dei social, che danno un’impronta tossica alle relazioni.
Mettiamo le idee prima delle persone, il giudizio prima del rispetto, le battaglie ideologiche prima dei rapporti.
Una verità non così vera
Ovviamente non si tratta di smettere di esprimere le proprie opinioni o di rinunciare alle nostre convinzioni più profonde.
Si tratta semplicemente di non sacrificare le persone.
Perché se per difendere la nostra verità perdiamo la capacità di saper stare in relazione, forse quella verità non è poi così vera.
Alcuni dicono che era l’amicizia a non essere così vera, e può anche essere, ma se usiamo regolarmente le opinioni come una clava con cui mettere all’angolo l’altro, è difficile che una relazione possa sopravvivere, vera o no che sia.
Un’ideologia che diventa metro di giudizio e di pregiudizio non su un’opinione ma sull’intera persona, è solo una forma di potere e di violenza.
Crediamo di contribuire a portare la pace e la giustizia a qualche popolo lontano, ma ci stiamo solo portando il conflitto e l’intolleranza in casa. E questo non conduce a nessun “sol dell’avvenir” né salva gli oppressi di qualche parte del mondo, ma ci rende più freddi, e soli.
Proteggere le relazioni resta la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare.
E anche l’ultimo, fragile, prezioso argine al dilagare dell’odio e della solitudine.