Una panchina sul lago
Quattro anni fa mi sono trasferita in una splendida località del Lago Maggiore, che da luogo di vacanza è diventata “casa”. Quasi ogni giorno, in qualsiasi stagione, scendo a passeggiare, poi mi siedo sulla “mia” panchina fronte lago, per osservare la bellezza di un panorama unico. Su quella panchina trascorro molto tempo, osservo, mi rilasso, lavoro, scrivo, leggo, telefono. E proprio durante le telefonate con il mio amico Filippo Visentin, non vedente dalla nascita, ho provato a raccontargli tutta quella bellezza che vedevo.
Ma come raccontare a chi non ha mai visto, la bellezza di un panorama, che è un’esperienza prevalentemente visiva?
Per farlo, per entrare nella modalità percettiva di Filippo, ho dovuto chiudere gli occhi anche io. Ho scoperto allora che “a occhi chiusi” non è solo privazione, ma è un modo diverso di abitare il mondo, una postura meditativa che apre altri sensi, altre vie.
Da questa esperienza è nato tra noi un dialogo fitto sulla bellezza, che poi è diventato il nostro libro: Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.
Guardare come un Principiante
Guardare non è solo “vedere”. Guardare davvero è scegliere come guardare, è l’esercizio di uno sguardo consapevole. Le persone cieche, non potendo avere la visione di insieme e immediata tipica della vista, scoprono un oggetto o una persona in modo accurato e sequenziale, tratto a tratto, usando tutti gli altri sensi.
Ma anche noi vedenti possiamo sperimentare ed esercitare questo tipo di approccio. Un approccio che secondo me è molto simile alla Mente del principiante, uno dei principi fondanti della mindfulness e delle pratiche meditative. Si tratta di esercitarsi a guardare, a percepire tutto come un principiante inesperto, come un marziano appena sceso sulla terra, che non conosce nulla e che guarda e percepisce tutto per la prima volta usando tutti i sensi, con stupore e curiosità.
Sviluppando questo sguardo meditativo, un po’ da “marziano” e un po’ da “ciechi”, potremo accedere a nuove dimensioni di meraviglia e di cura, sul mondo, sulle relazioni con gli altri e con noi stessi.
Una metafora da capovolgere
La cecità, nel linguaggio comune, è metafora di chiusura, isolamento o impossibilità.
Scrivendo il libro con Filippo ho compreso che questo è un pregiudizio, che c’è un mondo di informazioni significative, che a noi vedenti spesso sfuggono, a cui i non vedenti possono invece avere accesso. Spesso li compiangiamo perché crediamo che non possano godere della bellezza, invece la bellezza non è negata a chi non vede, è diversa, ma non meno intensa.
E, anzi, ho voluto capovolgere la prospettiva per cui i ciechi si devono fare aiutare dai vedenti per conoscere la bellezza. Semmai siamo noi vedenti che possiamo imparare molto dalle persone cieche nel nostro rapporto con la bellezza.
Siamo noi vedenti che imparando a “chiudere gli occhi” possiamo entrare in uno stato simile a quello meditativo, che ci potenzia, ci fa evolvere, ci fa scoprire dettagli inediti, ci fa vivere sensazioni nuove e profondamente coinvolgenti.
Il maestro
Il lago ancora oggi è il mio maestro di meraviglia: per essere apprezzato e per essere amato, non chiede una vista perfetta, chiede presenza.
E la presenza è un’arte meditativa che si impara, un po’ alla volta: guardando, ascoltando, curando, ringraziando tutta questa bellezza in cui siamo immersi, in modo consapevole, accurato e costantemente meravigliato